Capitalismo e alternative

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Fin da quando l’umanità, per sopravvivere, ha usato la strategia evolutiva della specializzazione, tra gli uomini vi è sempre stato uno scambio reciproco di beni e servizi: chi sapeva riparare qualcosa poteva ottenere in cambio del cibo, o un’altra prestazione da qualche altro artigiano.

Con l’introduzione delle prime monete l’uomo si avviò alla professione di mercante dando vita a quel sistema economico di scambio chiamato commercio: in cambio di beni o servizi l’uomo poteva pagare anche un prezzo monetario, avendo così un alternativa al classico baratto.

Per secoli però non ci fu molta equità tra gli uomini: i nobili che possedevano la maggior parte delle ricchezze potevano ottenere qualsiasi cosa dalla plebe senza pagare alcun costo, limitando notevolmente gli scambi commerciali.

Intorno al ‘900, in Europa, si ebbe un primo importante cambiamento. L’era Feudale medioevale era al termine e la classe dei mercanti poté così approfittare delle maggiori opportunità commerciali, dato che anche la ricca nobiltà ora doveva pagare se voleva prodotti di qualità. Questo cambiamento generò un nuovo fenomeno sociale, la gente che era sempre appartenuta alla plebe aveva la possibilità di diventare più ricca dei nobili, dando origine a quella che diventerà la classe borghese.

La borghesia, grazie agli scambi commerciali via mare, diventò uno dei più forti soggetti economici europei ma il salto di qualità più significativo si ebbe dopo il periodo delle crociate: le esplorazioni geografiche e il colonialismo portarono nuove materie prime, nuova forza lavoro, nuove tecniche di lavorazione e tante altre novità che diedero un forte stimolo al commercio internazionale.

Qualcosa però stava cambiando anche nel modo di commerciare: un sistema economico che, con una certa parità locale di risorse, dipendeva molto dall’abilità dei mercanti cominciava a differenziarsi pesantemente in base all’accesso alle risorse e ai mezzi di produzione. I mercanti borghesi diventavano così imprenditori, produttori di beni e servizi, che si assumevano il rischio di un investimento per ottenere un guadagno, che andava a sommarsi al proprio capitale.

A questo punto della storia si può dire che il mondo cambiò completamente: ogni imprenditore che voleva minimizzare i rischi doveva facilitarsi l’accesso alle materie prime più dei propri concorrenti, doveva possedere i migliori mezzi di produzione, dando vita così a quel fenomeno sociale che comunemente può chiamarsi Capitalismo.

Sul dizionario leggo che il Capitalismo è un sistema economico-sociale caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, con la conseguente lotta sociale tra classe imprenditoriale e classe operaia.

Questa è una definizione molto semplicistica, non spiega molto, ma che bene o male dà un idea abbastanza obiettiva del significato. Se però si volesse approfondire sappiate che non è si è ancora trovata una definizione precisa poiché il capitalismo ha sempre assunto significati relativi all’epoca, all’ideologia politica, alle tendenze sociali, ecc. Per questo motivo, per ragionare con più facilità, prendiamo per buona la definizione del dizionario.

In un sistema capitalista si instaura una vera e propria guerra commerciale, dove i perdenti falliscono finanziariamente uscendo fuori dalla concorrenza e i vincenti aumentano sempre più il loro capitale. Piano piano gli imprenditori più forti possono accedere alle migliori risorse, produrre a minori costi e dettare i ritmi del mercato mentre i più deboli sono costretti a farsi mangiare, facendosi accorpare alle aziende più forti e diventando, direttamente o indirettamente, loro dipendenti.

Se facciamo un salto con la fantasia, portando questa tendenza capitalista fino all'estremo, si arriverebbe al punto che l’azienda vincitrice sulla concorrenza avrà accesso esclusivo a tutti i mezzi di produzione mondiali, monopolizzando i prezzi, i salari e tutta l’economia internazionale. Come rovescio della medaglia, tutte le persone che avranno perso la guerra capitalista rimarranno soli con loro stessi, dipendenti dell’unica azienda del mondo, che decide su tutto e che di fatto regna su tutto il pianeta in modo diretto e indiretto.

Questa ipotesi estrema, che fortunatamente non si verificherà mai, può però farci capire meglio la situazione attuale. Oggi le multinazionali hanno un enorme potere decisionale sui governi del mondo, influenzando pesantemente il mercato del lavoro, le politiche sociali ed ambientali, favorendo addirittura un certo clientelismo nei rappresentanti dei governi.

Il problema però non sta tanto nell’obiettivo finale del capitalismo quanto nel suo percorso. La lotta tra imprenditori genera pericolosi effetti collaterali: il rischio dell’investimento porta inevitabilmente delle paure, le quali se non vengono affrontate nel giusto modo influenzano l’imprenditore in modo negativo, portandolo ad assumere atteggiamenti egoistici rispetto alla società e al pianeta. Pur di minimizzare i rischi del proprio investimento un imprenditore potrebbe essere disposto a tutto:
  • estrarre risorse naturali a discapito degli ecosistemi;
  • abbassare i salari dei propri operai;
  • risparmiare sulla sicurezza industriale;
  • spostare la produzione nei paesi dove le leggi a tutela del lavoratore sono insufficienti;
  • deturpare l’ambiente a discapito delle popolazioni locali, generando un flusso migratorio verso le nazioni più ricche;
  • rivolgersi alla criminalità organizzata o alla mala politica pur di far fuori un concorrente fastidioso o di avere vantaggi sleali;
  • escogitare ogni modo per evadere le tasse, ad esempio utilizzando il meccanismo dei paradisi fiscali.
  • influenzare le società più ricche tramite i media, incoraggiando il consumismo, indipendentemente dalle reali necessità dei cittadini;
Proprio come in tutti gli ambiti della vita, quando siamo sottomessi dalla paura, non c’è più spazio per l’amore verso gli altri, per quel bene collettivo indispensabile per convivere pacificamente in questo pianeta. Il capitalismo è una guerra, e le guerre generano sempre morti e feriti: è normale quindi prevedere che una competizione in un sistema capitalistico generi molti effetti negativi per la società.

Pensate ad un futuro dove c’è solo un’unica azienda che fa le auto, una che produce beni alimentari, una che si occupa dei prodotti per l’igiene, ecc. Queste saranno tutte aziende comandate da singoli uomini che probabilmente non terranno conto del volere di miliardi di persone che vivono con salari bassissimi, ovviamente influenzati dai capitalisti.

Le multinazionali, che ovviamente diverranno più potenti dei governi, dovranno decidere il nostro destino in un pianeta ormai privato della maggioranza delle risorse, dove la fame, le guerre, le malattie e la morte faranno da padroni. E se qualcuna di queste società decidesse per caso di diventare altruista, probabilmente fallirà e sarà divorata dalle sue concorrenti.
Alla fine ci sarà un solo uomo a capo di una sola azienda che influenzerà ogni cosa e deciderà su tutto.
Bisogna sempre analizzare gli estremi per vedere se una scelta può essere positiva e, sono certo, avrete capito anche voi che il capitalismo è il trionfo dello sfruttamento umano, che toglie a tutti gli uomini (tranne che ai capitalisti) la propria libertà; solo uno sconsiderato potrebbe appoggiare un’ideologia del genere.

Perciò, vista la conclusione a cui siamo giunti, è necessario trovare un alternativa.

Qualche anti-capitalista, che sta leggendo questo post, ingenuamente avrà pensato all’alternativa dell’ormai superato comunismo. Personalmente, tutte le parole che finiscono con '–ismo' non mi sono mai piaciute, perché sono frutto di un’ideologia e trascurano sempre una parte della realtà.

Il comunismo, che è speculare al capitalismo, punta ad abolire completamente la proprietà privata istituendo un’autorità che distribuisce beni e servizi secondo i bisogni delle persone. Ma chi può avere il ruolo di questa “autorità”? Chi può pretendere di conoscere quali siano i bisogni dell’umanità?

Dato che nessuna autorità umana ha queste capacità, il comunismo arriva ugualmente allo sfruttamento dell’uomo che, proprio come nel capitalismo, viene privato dei suoi diritti, della sua terra, della sua libertà. Analogamente, mentre nel capitalismo l’unico ad avvantaggiarsi è l’imprenditore, nel comunismo i vantaggi vanno all’autorità che si impegna a reggere il sistema ideologico.

Con queste premesse possiamo quindi lasciarci alle spalle l’illusione comunista ed occuparci della ricerca di una vera alternativa.

Sicuramente le ideologie del capitalismo e del comunismo possono darci ottimi spunti, soprattutto se valutiamo i loro aspetti positivi:
  • un mercato libero e una libera proprietà, che sono fondamentali se si vogliono premiare le persone che meritano di guadagnare di più;
  • una giusta distribuzione di beni è servizi, che è assolutamente necessaria se si vuole dare a tutti l’opportunità di guadagnare.
Come per tutte le cose, la retta via è sempre caratterizzata da un certo equilibrio e, più di ogni altra cosa, dai valori di libertà e bene comune. Questi due valori, che sono rispettivamente i cardini di capitalismo e comunismo, risultano fondamentali in ogni sistema economico perché esaltano il vero protagonista del sistema finanziario: l’uomo.

L’uomo è infatti colui che è determina il suo destino, non l’ideologia in se:
  • il capitalismo potrebbe essere positivo se l’imprenditore decidesse di investire in progetti che aiutino la collettività, che a sua volta si impegnerebbe a non sfruttare l’imprenditore che si assume un rischio.
  • il comunismo potrebbe essere positivo se l’autorità che regge il sistema distribuisse beni e servizi in base alle reali necessità del popolo, che a sua volta si impegnerebbe a non prendere più di quanto gli spetta e rispettare in pieno i suoi doveri professionali.
Cercate di capire però che l’umanità non è fatta solo di uomini virtuosi; questo è il principale motivo per cui le ideologie falliscono.
L’alternativa migliore è quindi mettere l’uomo nelle condizioni per migliorare l’umanità e il suo pianeta.
Ma come possiamo realizzare tutto ciò?

Non sono un esperto di economia e non ho nemmeno la presunzione di poter pensare di risolvere uno dei più grandi problemi dell’umanità, ma voglio comunque presentare una mia proposta, articolata in 4 punti:
  • favorire l’imprenditoria che produce vantaggi per la collettività. Incentivando, tramite la sovranità popolare, chi produce posti di lavoro di buona qualità e quantità, chi produce effetti positivi per l’ambiente, chi porta benessere alla società. Favorendo la filosofia “chi più dà più riceve” può scaturire una concorrenza quasi sportiva, non agguerrita, con un obiettivo positivo per tutti. Fare l’imprenditore a quel punto non sarà come nuotare in un mare di squali, non sarà una necessità per diventare più ricchi e potenti, ma sarà una vocazione atta a portare qualità e benessere all'uomo e al pianeta.
  • favorire le imprese che rappresentano i valori di giustizia ed equità, che non sono semplicemente quelle che rispettano le leggi dello stato. La giustizia è il volere di rispettare un insieme di leggi, che possono essere religiose o laiche. In questo caso, dato che tutti i paesi del mondo hanno ratificato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la giustizia dovrà obbedire a queste leggi che, se non saranno rispettate, causeranno l’esclusione dal circuito economico mondiale di import/export.
  • favorire la condivisione delle conoscenze industriali e l’innovazione, facendo in modo che tutte le aziende possano cooperare per condividere le migliori tecniche di produzione. Così le imprese tenderanno naturalmente ad investire nella ricerca piuttosto che nella difesa dei segreti industriali. Il migliore imprenditore non sarà quindi colui che possiede più innovazioni ma sarà chi ha la maggiore capacità di innovare.
  • favorire l’imprenditoria in base a criteri sostenibilità. Chi, pur di guadagnare, incoraggi il consumismo a discapito dell’ambiente o della società, dovrà pagare un prezzo in termini economici, di forza lavoro o di altri vantaggi statali.


Tutto questo può essere messo in piedi solo in una solida struttura di Democrazia diretta, dove TUTTI i cittadini sono consapevoli e prendono parte a tutte le decisioni del governo senza alcuna delega. Al contrario, se solo una parte del popolo acquisisce potere, può modificare anche il migliore dei sistemi economici a proprio uso e consumo, modificando leggi, imponendo stereotipi di felicità orientati verso il consumo di beni e servizi, favoreggiando alcune imprese anziché altre in base a logiche di guadagno personale.

Il sistema che vi ho descritto è molto semplice, andrebbe di sicuro perfezionato e strutturato nei dettagli, ma anche dopo anni e anni studio una sola persona farebbe ben poco. Ogni proposta del singolo individuo presenta dei difetti, ma la partecipazione attiva della gente, unita per ottenere dei vantaggi collettivi, può sicuramente creare il migliore dei modelli possibili.

Proprio come abbiamo fatto con il capitalismo, possiamo capire se questa è un alternativa positiva andando a valutare gli estremi per mezzo delle nostra fantasia. Provate ad elaborare un evoluzione del sistema economico che vi ho proposto, provate ad immaginare il futuro.

Non è per presunzione, ma credo che oggi l’uomo possa elaborare idee sicuramente migliori dei classici sistemi economici nati secoli fa. Se ce l’ho fatta io in 4-5 ore, figuriamoci se non possono farcela un team di esperti in anni di studio e con mezzi sicuramente superiori ai miei.

Il problema di questa epoca è che quindi l’uomo è vergognosamente immobile, non ha più il coraggio di cambiare. Una volta lessi questo aforisma:
La vita è cambiamento, chi smette di cambiare smette di vivere”.
Stiamo piano piano morendo proprio perché abbiamo smesso di cambiare e, se davvero desideriamo migliorare il mondo, dobbiamo sicuramente cominciare a cambiare noi stessi.

Alla prossima.
"Il capitalismo è un'ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria." 
Winston Churchill

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